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 Il Forum Esquilinum, il Macellum Liviae e duemila anni di gente che passa sopra le prove.

 

Il Forum Esquilinum non c’è più. È una buona maniera di cominciare. A Roma le cose importanti spesso funzionano così: prima esistono per qualche secolo, ci passano dentro migliaia di persone, ci si compra, ci si vende, ci si indebita, ci si ammazza, ci si fa carriera; poi arriva il tempo, arriva un papa, arriva un piano regolatore, arriva un palazzinaro, qualche volta arrivano tutti insieme, e alla fine resta un nome in un’iscrizione e quattro archeologi che si insultano educatamente in nota a piè di pagina. Del Forum Esquilinum sappiamo abbastanza per essere sicuri che esistesse e abbastanza poco per non sapere con assoluta certezza dove mettere i piedi. Era presso la Porta Esquilina, subito all’interno della cinta cosiddetta serviana; Appiano ce lo mette lì mentre racconta gli scontri dell’88 a.C., quando i partigiani di Mario cercavano di non farsi massacrare dai sillani, occupazione evidentemente poco adatta alle passeggiate archeologiche. Le iscrizioni poi fanno il resto: un magister vici a foro Esquilino, due argentarii, uomini di denaro, conti, prestiti, cambi, quella roba che ha consentito alla civiltà di progredire dal furto con bastone al furto con ricevuta. A Roma la civiltà comincia quando uno posa la clava, capisce che menare costa fatica e se mette dietro a uno sportello: il prossimo lo può fregare da seduto. Il foro dunque non era un buco con tre polli, due vecchie e un venditore di rape. Era uno spazio commerciale vero, inserito in uno dei nodi di traffico più importanti della Roma orientale. Dalla Porta Esquilina partivano gli assi verso Tibur e Praeneste; carri, merci e uomini entravano e uscivano da Roma con quella splendida regolarità con cui gli esseri umani portano dappertutto roba da vendere e problemi da lasciare agli altri. A cercare di rimettere insieme questo cadavere urbano ci ha provato anche Andrea Grazian, archeologo che ha dedicato una ricerca di dottorato alla topografia antica del Cispio: centinaia di pagine di scavi, iscrizioni, taccuini e archivi per capire cosa c’era prima che Roma moderna ci passasse sopra con la consueta grazia di un camion in retromarcia.  Roma già allora era traffico, rumore, consegne, bestemmie, gente che aveva fretta senza sapere bene perché. Duemila anni dopo abbiamo perfezionato soltanto il clacson. Grazian stessi ci ricorda il frastuono dei carri descritto da Marziale lungo il percorso fra la porta e la Suburra

 

Viabilità tra Cispio e Oppio ricostruita attraverso i frammenti della Forma Urbis marmorea. Da Rodríguez Almeida 2014, in Andrea Grazian, Il Cispio e le sue adiacenze in età antica.

E dove stava precisamente questo foro? Eh. Qui comincia Roma. Nel XIX secolo, lungo via Carlo Alberto, proprio in prossimità della Porta Esquilina, vennero fuori oltre sessanta metri di basolato. Sessanta metri. Una superficie tanto vasta che è stata avanzata l’ipotesi che possa trattarsi proprio della piazza del Forum Esquilinum. Non fu esplorata interamente in larghezza.  È magnifico. Trovi sessanta metri di pavimentazione antica nel posto dove le fonti ti dicono che doveva esserci una piazza antica e cosa fai? Non riesci a scavare tutto. Sessanta metri. Nun era più un indizio: era er morto che s’era tirato su dalla bara e te stava a fa’ cenno co’ la mano. Poi la città cresce, il quartiere si costruisce, i dati si disperdono e un secolo e mezzo dopo bisogna stare chini su taccuini, relazioni e carte d’archivio cercando di capire cosa diavolo avevano davanti. È il metodo archeologico romano nella sua forma metafisica: prima massacri il contesto, poi finanzi un progetto per ricostruirlo. Se Kafka fosse nato a Torpignattara avrebbe fatto il soprintendente.

Eppure di quella piazza qualcosa continua a venir fuori, ma non la pietra: viene fuori la gente. Ed è sempre la gente la parte peggiore. Due argentarii lavoravano al Forum Esquilinum. Vicino compare anche un nummularius, C. Sulpicius Battara, legato al settore di Mercurio Sobrio. Grazian osserva che il quadro potrebbe indicare una caratterizzazione finanziaria dell’area: cambio della moneta, depositi, prestiti, operazioni di cassa, insomma l’invenzione di tutte quelle attività che permettono a un uomo di perdere soldi senza neppure avere la soddisfazione di essere derubato per strada.  E Mercurio, naturalmente. Il dio del commercio. Anche dei ladri, dettaglio che i Romani, popolo pratico, avevano avuto la decenza di non considerare una contraddizione. Noi abbiamo diviso i ministeri.

E poi c’è il Macellum Liviae. Il nome è rimasto. I Cataloghi Regionari lo mettono nella regio V, le Esquiliae.  Dunque da qualche parte c’era. Un macellum: mercato specializzato, carne, pesce, generi alimentari, sangue, squame, interiora, mosche, contrattazioni. La città antica puzzava. Sarebbe bene ricordarselo ogni tanto. Non quella Roma da depliant, tutta marmo appena lucidato e senatori che passeggiano in toga come se non dovessero mai pisciare. La città vera puzzava di animali macellati, olio rancido, urina delle fulloniche, fumo, sudore, immondizia, merda di cavallo e corpi umani messi insieme a decine di migliaia. Era viva. E vivere puzza. La pulizia archeologica è un’invenzione dei musei, che sono ospedali dove ricoveriamo i morti dopo averli disinfettati.

Il Macellum Liviae doveva trovarsi in questo stesso settore commerciale dell’Esquilino, e il quadro epigrafico conserva persino la menzione, se l’integrazione è corretta, di un fullo presso il macellum. Forum, argentarii, nummularii, artigiani, commercianti: non un angolo periferico e morto, ma un pezzo di città che lavorava, comprava, vendeva, fregava il prossimo e tornava a casa la sera convinto di essere una persona onesta.  E forse credo che sia questa è forse la continuità più solida fra Roma antica e Roma moderna. Non gli acquedotti. L’autogiustificazione. Poi, sotto Santa Maria Maggiore, succede una cosa bellissima. Bellissima perché mostra quanto l’archeologia sia una scienza seria costretta a lavorare dentro un universo che serio non è affatto.

 

Planimetria del complesso romano rinvenuto sotto la basilica di Santa Maria Maggiore, inizialmente identificato con il Macellum Liviae e oggi interpretato prevalentemente come parte di una ricca domus. Da Liverani 1987, in Andrea Grazian, Il Cispio e le sue adiacenze in età antica.

Tra il 1966 e il 1971 Filippo Magi scavò una serie di strutture romane: una grande corte porticata, ambienti decorati, pavimenti, pitture. Il complesso fu identificato con il Macellum Liviae. Aveva senso. Siamo sull’Esquilino. Il Macellum Liviae doveva trovarsi nella regio V. C’è un grande edificio. Uno mette insieme le cose e per un attimo prova quella sensazione meravigliosa di aver capito qualcosa. È il momento esatto in cui bisognerebbe cominciare a preoccuparsi. Perché gli edifici antichi sono carogne. Aspettano duemila anni che tu gli dia un nome e poi tirano fuori un muro che non dovrebbe esserci.

Il riesame del complesso ha infatti reso sempre più problematica l’identificazione col macellum. La grande corte porticata, circa 37,30 per 30 metri, appartiene nella sua fase principale al I secolo d.C.; alcuni elementi decorativi permettono di riferire la fase con sicurezza all’età neroniana.  Nerone. Che, quando uno sta cercando un edificio tradizionalmente collegato all’età augustea, ha più o meno l’effetto di trovare vostro cognato nudo nell’armadio durante l’anniversario di matrimonio. Non dimostra automaticamente tutto, ma rovina parecchio l’atmosfera.

E infatti l’edificio sotto Santa Maria Maggiore oggi viene interpretato piuttosto come una ricca domus. Il presunto Macellum Liviae si è alzato, si è sistemato la tunica e ha detto: guardate che avete sbagliato persona. A Roma pure i ruderi, appena vedono arrivà un archeologo, cambiano generalità e negano tutto. Grazian riassume bene la questione: l’interpretazione originaria come macellum è stata abbandonata da diversi studiosi, mentre la lettura come edificio privato ha acquistato peso.  E naturalmente la storia non finisce qui, perché perfino l’esistenza di un macellum di età augustea è stata contestata nella bibliografia recente.  Il Macellum Liviae dunque esiste nelle fonti, deve stare da qualche parte, ma quando pensiamo di averlo trovato lui non è lui. Roma ti fa questo. Ti lascia le chiavi e cambia la serratura. E alla fine penso che il Macellum Liviae ha almeno avuto la fortuna di non essere trovato con troppa certezza. A Roma è il modo migliore per sopravvivere.

Del resto l’Esquilino è stato trattato con una cura particolare. Quando Roma diventò capitale del Regno d’Italia, il quartiere fu sottoposto a una trasformazione urbanistica violentissima. La zona orientale del Cispio diventò terreno da edificare; la “febbre edilizia” procedette con una velocità che fece della costruzione del nuovo quartiere una corsa nella quale l’archeologia partiva già zoppa. Grazian ricorda che la prima zona fu edificata in appena quattro anni.  Quattro anni. Una città antica stratificata per secoli, aperta come una pancia sul tavolo e richiusa in quattro anni perché bisognava fare Roma moderna. Muri, strade, tombe, pavimenti uscivano dalla terra mentre sopra arrivavano fondazioni, fogne, isolati. Lanciani e Pellegrini cercavano di registrare quello che potevano; relazioni frettolose, indicazioni topografiche spesso miserabili, documentazione dispersa.  Era una corsa fra chi costruiva e chi tentava almeno di scrivere cosa veniva distrutto. Naturalmente vinse chi costruiva. Vince sempre quello col piccone. Lo storico arriva dopo, quando c’è silenzio, e il silenzio è comodissimo perché non protesta nessuno.

Poi vengono via Cavour e via Lanza, fine Ottocento. Qui perfino il linguaggio accademico perde la pazienza: la documentazione relativa ai rinvenimenti di quei lavori è in gran parte irrimediabilmente perduta, uno dei grandi “buchi neri” della storia urbanistica romana.  Buco nero. È elegante. Pare cosmologia. In realtà c’erano antichità, sono arrivati i lavori e adesso non sappiamo più cosa c’era. Il buco nero almeno inghiotte la materia perché obbedisce alla gravità. Noi lo facevamo per aprire una strada.

E allora provate a immaginarlo, questo pezzo di Esquilino. Non come appare adesso. Togliete i palazzi umbertini. Togliete le automobili. Togliete i negozi. Togliete perfino Santa Maria Maggiore per un momento. Rimettete le mura, la Porta Esquilina, la strada che scende verso la Suburra, il foro immediatamente all’interno, gli argentarii ai loro banchi, gli artigiani, Mercurio che protegge commercio e truffatori senza fare distinzioni morali che avrebbero rallentato gli affari. Più in là un grande mercato alimentare, il Macellum Liviae, qualunque fosse la sua esatta posizione. Uomini che portano bestie morte. Donne che comprano. Schiavi che trascinano. Monetieri che controllano. Cambiavalute che pesano. Clienti che discutono. Fullones che puzzano di piscio. Carri che fanno un casino infernale. Qualcuno ruba. Qualcuno presta. Qualcuno non restituisce. Qualcuno prega Mercurio perché l’altro non se ne accorga. È questa Roma. Non il marmo. La necessità.

Poi passano i secoli e tutta questa gente muore. Tutti. Il banchiere, il macellaio, il cliente, il ladro, il magistrato, il venditore, quello che si lamentava dei prezzi, quello che giurava che una volta la carne costava meno. Muoiono i loro figli. Muoiono quelli che ricordavano i loro nomi. Crollano gli edifici. Le strade cambiano quota. I muri vengono spolpati per farne altri muri. Sopra il mercato si costruisce, si demolisce, si ricostruisce. Alla fine resta una parola: Forum Esquilinum. Un’altra: Macellum Liviae. Due argentarii incisi nella pietra. Sessanta metri di basolato visti e poi persi. Un edificio che per qualche decennio abbiamo chiamato mercato e che probabilmente era una casa.

E siamo noi quelli arrivati alla fine, col privilegio ridicolo di sapere che tutto è esistito e l’impotenza quasi perfetta di rimetterlo insieme. Il Foro Esquilinum non è perduto. È stato distribuito con grande efficienza sotto case, strade, fogne e dimenticanza. Ci consoliamo con le ricostruzioni. Mettiamo le piantine. Coloriamo le fasi. Tracciamo linee tratteggiate. “Probabile.” “Possibile.” “Ipotetico.” Tre parole con cui l’archeologo tenta di mantenere la dignità davanti a duemila anni di devastazione. Roma intanto se ne frega. Sopra il Forum Esquilinum continuano a passare persone che non sanno di passarci sopra. Telefonano. Bestemmiano. Comprano. Vendono. Devono soldi. Cercano parcheggio. Entrano in un bar e si lamentano che costa troppo. Gli argentarii sarebbero fieri. Del Macellum Liviae non sappiamo ancora con certezza dov’era. Ma il mercato, quello, non ha mai chiuso.

Michele Alfonsi

“Direttor. Dott. Ing. Gran Ladr. di Gran Croc. Pezz. di Merd.”

 

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